Japandi: quando l'essenzialità giapponese incontra la città
Del Japandi si è scritto ovunque: cos'è, da dove viene, quali colori usare.
Quello che si legge meno spesso è cosa succede quando questo stile pensato, nell'immaginario collettivo,
per case luminose e grandi deve fare i conti con un appartamento in città.
Il Japandi non urla, non si impone. Si limita a lasciare che pochi elementi, scelti con cura,
raccontino tutto il resto. Ed è proprio per questo che, per come lo intendiamo noi, diventa
interessante davvero in uno spazio piccolo: non come estetica da riprodurre, Ma anche
come approccio per comprendere ciò che è davvero essenziale in uno spazio in cui ogni
scelta deve essere ponderata.
Il vero ostacolo non è lo stile, è la luce
Nelle case di città il problema raramente è la metratura in sé: è la luce naturale, quasi
sempre insufficiente rispetto a quanto lo stile chiederebbe. Il Japandi vive di ombre morbide
e superfici che assorbono la luce senza rifletterla in modo aggressivo cosa complicata
quando l'unica fonte è un lucernario o una finestra su un cortile interno.
La soluzione non è rincorrere il bianco assoluto scandinavo, che in una stanza poco
illuminata risulta spesso grigio e spento. Meglio spostarsi su toni caldi crema, avorio,
beige tostato che restituiscono luce anche quando ne ricevono poca, e riservare i toni più
scuri (verde salvia, terracotta bruciata) a una sola parete o a un solo elemento, mai a
un'intera stanza.
Un solo materiale che parla, non cinque che si contendono lo spazio
Nelle case piccole di città l'errore più frequente non è scegliere lo stile sbagliato, ma volerlo
dimostrare troppo: legno chiaro sul pavimento, legno scuro sul mobile, rattan sulla sedia,
bambù sulla tenda. Il risultato è un'accozzaglia di materiali "naturali" che si annullano a
vicenda invece di comporsi.
In un ambiente ristretto, ne bastano davvero due: un legno chiaro come base (pavimento o
un mobile principale) e un tessuto naturale come contrappunto (lino, cotone grezzo). Tutto il
resto ceramica, metallo opaco, pietra entra in piccole dosi, come accento, mai come
protagonista concorrente.
Il problema dello spazio verticale nei soffitti bassi
Un'altra differenza tra il Japandi "da rivista" e quello reale nelle case di città: i soffitti. Molti
appartamenti storici di città hanno soffitti alti e decorati, ma altrettanti soprattutto le
costruzioni degli anni '60-'70 hanno soffitti bassi, che uno stile fatto di linee orizzontali e
mobili bassi rischia di schiacciare ulteriormente.
In questi casi va invertita la logica: qualche elemento verticale (una libreria stretta e alta in
legno chiaro, un unico ramo secco in un vaso alto) serve a "tirare su" lo sguardo, mentre il
resto dell'arredo resta basso e orizzontale. È un equilibrio che va tarato stanza per stanza,
non applicato per regola fissa ed è esattamente il tipo di valutazione che facciamo
quando entriamo in un progetto.
